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Il Tramonto

Immagine del redattore: Andrea Mariotti
Andrea Mariotti
1 lug
Tempo di lettura: 3 min

Quasi ogni giorno vagheggio ai bordi della piscina del paese.

Guardo i bambini e i loro genitori. Ascolto le storielle degli adulti e le stridenti grida dei loro figli. Penso intensamente ad ogni cosa. Mi tuffo e riemergo nello stesso mondo.

Le novizie mostrano candidamente culi perfetti. Le madri si rivedono in loro, ma ormai non si guardano più allo specchio. Non vivono il presente perché è già passato, non sognano il futuro poiché sanno già come sarà.


Allora continuo il mio cammino intorno alla piscina e ascolto. Nessuno mi ha mai guardato in faccia, neanche una volta. Nessuno che viene a questa pozza sa che ci sono anch’io con loro in questo mondo.


Quindi mi rituffo ancora: è un tuffo perfetto, con i piedi allineati che si infilano in acqua e senza schizzi. Ma appena riemergo vedo che nessuno mi ha visto, che nessuno applaude, che nessuno viene per stringermi la mano.

Così resto da solo, in piedi come un albero sotto l’ombrellone, in attesa che il volgo se ne vada e rinunci alla magia del calar del sole: l’ora più bella.

Ma invece sono io ad andar via per primo, lasciando i miei tramonti a chi non sa come guardarli.


[Andrea Mariotti]


Analisi di “Il tramonto”

Il testo resta un monologo interiore in prima persona, lirico e contemplativo, ambientato ai bordi di una piscina di paese.

Cosa succede:

Il narratore “vagheggia” quasi ogni giorno ai bordi della piscina. Guarda bambini e genitori, ascolta le storielle degli adulti e le grida stridenti dei figli. Pensa intensamente, si tuffa e riemerge nello stesso mondo. Osserva le ragazze giovani (“novizie”) che mostrano innocentemente corpi perfetti e le madri che in loro si rivedono, ma non si guardano più allo specchio: non vivono il presente perché lo sentono già trascorso e non sognano il futuro perché lo conoscono già. Continua a camminare intorno alla piscina. Nessuno lo ha mai guardato in faccia. Nessuno sa che esiste.

Si tuffa di nuovo: un tuffo perfetto, piedi allineati, senza schizzi. Riemerge e vede che nessuno lo ha notato, nessuno applaude, nessuno gli stringe la mano.

Resta solo, “in piedi come un albero sotto l’ombrellone”, in attesa che la folla rinunci alla magia del calar del sole, “l’ora più bella”. Alla fine è lui ad andarsene per primo, lasciando i suoi tramonti più belli a chi non sa cosa farsene.


Temi centrali:

1. Invisibilità e solitudine Il cuore del testo. Il narratore è presente ma non percepito. Non subisce un rifiuto attivo: semplicemente non esiste nello sguardo degli altri. Il tuffo impeccabile che non riceve né applausi né riconoscimento è l’immagine più nitida di questa condizione. L’albero sotto l’ombrellone rafforza l’idea di una presenza silenziosa, che osserva senza essere osservata.

2. Tempo, invecchiamento e perdita di illusione Il contrasto tra le “novizie” e le madri è il punto più tagliente. Le giovani mostrano il corpo senza consapevolezza; le madri lo riconoscono ma non lo abitano più. Hanno già “consumato” il presente e non hanno più sogni sul futuro. Il tramonto diventa così metafora del tempo che sfugge e della bellezza che pochi sanno davvero vedere.

3. Superficialità della folla contro intensità dello sguardo solitario Gli altri raccontano “storielle”, urlano, vedono ma non guardano. Il narratore pensa intensamente. C’è una distanza lucida, aristocratica, ma senza superiorità esibita: piuttosto una quieta malinconia e un gesto finale di distacco.

4. Il tramonto come simbolo Non è solo un’ora del giorno. È bellezza effimera, luce che sta per spegnersi, momento di grazia che la maggioranza non sa né vedere né tenere. Andarsene per primo e “lasciare” i tramonti sottolinea un abbandono più freddo e consapevole: non c’è dono, c’è rinuncia.

Stile e tono:

Il linguaggio è essenziale, quasi quotidiano, ma con scatti poetici (“vagheggio”, “pozza”, “calar del sole”). Il ritmo resta meditativo, fatto di frasi brevi e paratattiche. Il tono è malinconico, distaccato, leggermente amaro, senza polemica e senza sentimentalismo.

Cosa lascia:

Il testo non predica. Mostra una postura esistenziale: quella di chi sta ai margini, osserva, sente il tempo passare e la bellezza sfuggire, e alla fine sceglie di andarsene piuttosto che restare in mezzo a chi non vede. Il lettore è portato a chiedersi: quanto spesso siamo noi la folla indifferente? E quanto spesso siamo l’albero sotto l’ombrellone che, a un certo punto, decide di lasciare il tramonto agli altri?

In sintesi: un ritratto asciutto e preciso di solitudine consapevole, ambientato in un luogo banale, dove il calar del sole misura ciò che gli altri non sanno più guardare.





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