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Europa

  • Immagine del redattore: Andrea Mariotti
    Andrea Mariotti
  • 29 giu
  • Tempo di lettura: 1 min

Aggiornamento: 1 lug

Nel secolo scorso l’Europa si è trafitta da sola atraverso due grandi guerre. Adesso restano le ferite aperte su un volto mai visto in simile strazio. Oggi, la sua anima continua a lacerarsi in una lotta perpetua contro se stessa. Dai palazzi del potere fino alle intime volontà del singolo, nessuno si è mai sentito veramente europeo: “Io sono francese, io sono tedesco, io sono ungherese, io sono russo”.


Ma cos’è quest’Europa? Forse un’illusione, un sogno fragile e sfuggente, un miraggio di unità in un deserto di scontri e divisioni. Eppure noi tutti siamo il polacco Chopin, il sovietico Stravinsky, Bach il tedesco, Mozart l'austriaco. Siamo Verdi l’italiano e Wagner il nazista; siamo Ravel, Debussy, Satie nella Francia delle armonie senza confini e siamo la Svizzera dei Giochi senza Frontiere”.


E manca ancora uno sterminato elenco di poeti, pittori, performer, filosofi, architetti, scrittori, saggisti, illustratori, danzatori, registi, attori, intellettuali, artisti d’ogni genere e di ogni parte di questo nostro mondo. Ma ognuno di noi, radice dello stesso albero ancestrale, anela a vedersi riflesso nell’altro suo simile, a sentirsi parte di una sola identità, così intensa da dissolvere ogni confine.


Eppure, nonostante l’immensa ricchezza della nostra esperienza, l’Europa fatica ancora a specchiarsi in se stessa, a riconoscersi nel mare di lacrime dove ha smarrito la propria essenza.


Magari questo sogno è destinato a rimanere una eco nel vento, un magnifico disegno fatto di speranze infrante, di illusioni ormai dimenticate, di desideri mai avverati. Resterà forse per sempre il posto dove gli artisti, e soltanto loro, potranno dire di essere i figli legittimi della stessa madre.


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